Intervento di Nicola Stolfi
(CIA), anche a nome della Confagricoltura

Credo che dobbiamo essere tutti soddisfatti del fatto che quello che nel nostro paese ha costituito per anni una netta discriminante ideologico-politica relativa alla questione della opportunità di un coinvolgimento pubblico sulle scelte programmatiche e sulla gestione delle decisioni, oggi stia progressivamente attenuandosi ed uniformandosi. Sembra infatti che in un certo modo si stia diffondendo la convinzione che la programmazione e la gestione di politiche settoriali complesse si possano realizzare compiutamente solo se debitamente condivise: in definitiva il processo della consultazione o della concertazione, senza che sia necessariamente esaltato, sarà senz'altro più oneroso e faticoso, ma alla fine si dimostra più risolutivo.

Con una diffusa partecipazione pubblica e con il coinvolgimento degli stakeholders si punta così a migliorare il processo della decision-making e della governance, con la garanzia che le decisioni siano basate su conoscenza, esperienza ed evidenza scientifica condivise.

Le testimonianze in proposito, acquisite dagli agricoltori in materia ambientale, sono numerosissime. Basti pensare ad esempio alla questione della esclusione della rappresentanza degli agricoltori dalla stragrande maggioranza dei Consigli Direttivi dei Parchi nazionali e regionali. La prova è che là dove sono rappresentate solo le istituzioni locali e le associazioni portatrici di interessi generali (quali le Associazioni ambientaliste), la “governance” è sterile e risulta difficoltoso l'innesco di uno sviluppo sostenibile.

D'altra parte in campo ambientale è dimostrato essere poco efficiente il sistema della semplice imposizione per legge e dunque del “comando e controllo” e ciò vale in particolare nel settore agricolo, fatto di una miriade di piccole imprese sparse sul territorio, in cui dunque l'impatto ambientale assume quasi esclusivamente un carattere diffuso e solo molto marginalmente quello puntuale. E' difficile fare rispettare le norme a migliaia di soggetti, ognuno dei quali magari contravviene in maniera marginale o comunque difficilmente misurabile.

Nel caso specifico questa tendenza ad una maggiore domanda di partecipazione pubblica è incoraggiata esplicitamente dalla stessa Direttiva 2000/60 e da un obiettivo confronto sull'argomento della situazione italiana con altre situazioni molto più avanzate registrate in altri paesi della UE (ad esempio Les Chambres d'agriculture “ in Francia o il Consejo nacional del Agua” in Spagna).

Bisogna tener conto tra l'altro che la costruzione del coinvolgimento, nel caso della gestione delle risorse idriche, è molto delicata perchè l'acqua è una risorsa la cui utilizzazione è conflittuale tra le varie destinazioni sociali ed economiche.

Se questo è il contesto la CIA e la Confagricoltura, che ho la grande responsabilità di rappresentare, assegnano alla partecipazione e al confronto, non solo con la pubblica amministrazione, ma anche con le altre categorie economiche e sociali una funzione strategica: l'opportunità di manifestare pubblicamente le proprie argomentazioni in materia. Ciò è fondamentale per il settore primario dal momento che le rivendicazioni degli agricoltori stentano sempre più ad avere un auditorio, ad essere ascoltate, comprese e dunque sostenute dalla collettività. In un certo senso ogni categoria vede, attraverso il confronto con le richieste delle altre categorie, la propria rivendicazione in termini relativi. In proposito è estremamente interessante l'esperienza acquisita nel lavoro del Comitato di consultazione del bacino del Po. Come organizzazioni agricole ci siamo sempre augurati che tale esperienza rimanesse isolata tra tutte le Autorità di bacino.

Tanto più questa “condivisione” di una strategia comune sarà realizzata, tanto più sarà decisiva in previsione della applicazione della norma contenuta nella Direttiva quadro sulle acque, del “full cost recovery” a carico di tutti gli utilizzatori. Infatti in questo caso sarà utile, se non una completa condivisione da parte di tutti sulla distribuzione dei costi imputabili ad ogni settore di utilizzo in ogni distretto idrografico, almeno una presa di coscienza esplicita. Ancora una volta ciò sarà cruciale per il settore agricolo in quanto è opinione diffusa nella pubblica amministrazione, come anche nella pubblica opinione, che la prima responsabilità dell'alto consumo d'acqua in Italia sia da attribuire all'irrigazione, alla quale, tra l'altro, vengono applicate tariffe di favore.

La CIA e la Confagricoltura non vogliono contestare questo assunto: vogliono semplicemente che in quella valutazione generale rientri anche la considerazione che l'irrigazione in Italia ha un elevato consumo per solide ragioni pedoclimatiche ed ha tariffe particolari per altrettanto solide ragioni economico-sociali. In uno slogan le due Confederazioni agricole vorrebbero che una difesa equilibrata e ragionata dell'irrigazione diventi per l'Italia un interesse “nazionale” e non rimanere semplicemente un appello corporativo. Ciò sarebbe estremamente importante e lo dimostra il fatto che già nelle fasi della istruttoria della Direttiva si sono consolidate, sulla questione dei costi, due nette posizioni contrapposte tra il blocco dei paesi del Sud e del Nord Europa.

Per questo sarebbe utile che le autorità pubbliche italiane utilizzino con criterio e raziocinio quella opportunità, contenuta in un allegato della Direttiva 2000/60, e concessa agli Stati membri, che “...possono tener conto delle ripercussioni sociali, ambientali ed economiche del recupero, nonchè delle condizioni climatiche e geografiche della regione interessata ”.

Ma oltre a ciò questa nostra rivendicazione di una più larga partecipazione degli agricoltori alle scelte di politica dell'acqua a livello territoriale ha solide basi tecniche. E' noto infatti che se è naturale che ogni corpo idrico segue precise leggi universali dell'idraulica, è altrettanto vero che ogni corpo idrico ha comportamenti puntuali ricorrenti e sistematici all'insorgere di fenomeni climatici simili. Per questa ragione diventa preziosa, accanto alla competenza dei tecnici, la memoria e la esperienza storica dei residenti. Sempre più si dimostra che una corretta ed efficace gestione della risorsa idrica richiede una profonda e diffusa integrazione