Intrevento di Giuseppe Gavioli,
Gruppo 183

Prima c'è stata una seduta ricca e sovrabbondante ed io credo che abbia contribuito, a partire dalla relazione di Massarutto, a obbligarci a fare i conti con il cambiamento della cultura e delle modalità di governo delle acque che sono conseguenti alle difficoltà di applicazione della L. 183 e obbligate rispetto alla nuova Direttiva comunitaria sulle acque. Voglio ricordare che questo nostro incontro nella stessa sede, anche se non nella stessa sala, fa seguito a un convegno analogo di quasi due anni fa. Allora il tema era l'attuazione della Direttiva comunitaria sulle acque. È passato un anno e mezzo e grandi novità istituzionali e decisionali non ci sono state. Oggi, almeno nel documento che propongo sia la base del confronto odierno assumendo naturalmente la ricognizione, le analisi, le innovazioni che stamattina sono state portate da Massarutto e poi dai casi di studio, oggi noi facciamo una conferenza per avviare l'attuazione. Rischiamo cioè di portare scalogna, nel senso che, se dovessimo farla fra un anno e mezzo, dovremmo essere ancora più regressivi. Questo dimostra, intanto, un'evoluzione delle culture, e questo è sacrosanto, ma dimostra anche una difficoltà e un disinteresse, un'ignoranza nei confronti di questa Direttiva che rende orgogliosi quelli che se ne occupano, pensando addirittura di essere rilevanti, ma che è anche il segno dell'impotenza della situazione che stiamo vivendo. Questa vede, per dirla sinteticamente, e questo è un primo problema, sul piano nazionale un'assenza formale denunciata alla Corte di giustizia di inadempienza dello Stato italiano, e del governo e del parlamento. I soli atti che io conosco sono due interrogazioni parlamentari e un documento di indirizzo molto interessante, anche molto ricco, dell'autunno del 2004 che elude, però, il punto preliminare, pregiudiziale, e cioè la delimitazione dei bacini idrografici nella forma dei distretti.

Alcuni atti ci sono: c'è una delega al governo del 2003 a dilazionare l'avvio della Direttiva al 31 Maggio 2005, ma non credo che ci sarà qualche novità. Poi c'è un'ulteriore delega in materia ambientale che delega il governo a fare questa e altre attuazioni della Direttiva con relativi provvedimenti entro il Luglio 2006. È significativo che in questa legge-delega (la 308?) dell'autunno scorso non ci sia un accenno né alla L.183 né alla Direttiva comunitaria. Allora, in questo contesto abbiamo contemporaneamente, oltre all'assenza totale del governo, una caduta di interesse da parte del sistema delle regioni. Questo lo dico con grande preoccupazione perché le regioni, che oggi hanno tutti i poteri in seguito all'attuazione della riforma istituzionale – la riscrittura dell'articolo 117 della Costituzione – e alcune hanno anche poteri aggiuntivi, come quelle del bacino padano, con la trasformazione del Magistrato per il Po, o hanno la forza e la volontà innanzitutto,e anche la consapevolezza di assumere l'attuazione della Direttiva per rilanciare, come necessità e obiettivo proprio, l'obiettivo del governo per ecosistemi – addirittura la Direttiva parla di pianificazione e gestione – oppure tutti i nostri ragionamenti, tutte le presenze che sono qui nonostante il caldo, presenze evidentemente interessate e competenti saranno inutili e si creerà una dissociazione tale che la 2000/60 rischia di rimanere sulla carta.

Oltretutto col voto di ieri sera in Francia [il referendum sulla Costituzione europea, NdR] abbiamo non una spinta in senso di rilancio del governo dell'Europa. Perché voglio ricordare che l'acqua, come ricordava Massarutto nel suo documento, è il terreno dell'azione elettiva per le politiche pubbliche. Questo ha avuto una ricaduta quando si è discussa quella proposta di Direttiva comunitaria per i servizi al mercato, la cosiddetta Bolgestein, che deregolava in qualche modo questi servizi. Per questo valore simbolico e rilevante hanno dovuto stralciare i servizi di distribuzione dell'acqua perché sarebbe stata una provocazione così forte che non sarebbe passata. Badate che questo ha avuto un effetto a catena anche nella discussione in Francia. Noi ci troviamo di fronte a una Direttiva avanzata, profondamente innovatrice, che se ha bisogno del concorso degli interessi e dei diritti di accesso all'informazione dei cittadini, ha bisogno altrettanto che le istituzioni regionali e nazionali si muovano per assumerla come rilancio del “governo per ecosistemi”. Dove le economie finalizzate a obiettivi ambientali – miglioramento della qualità dell'acqua, uso dei canoni e quant'altro - dove la partecipazione è un esercizio di apprendimento, è una condivisione delle condizioni date, è una richiesta soprattutto che ci siano organismi che garantiscano, che siano affidabili sullo stato delle acque: è quanto manca da parte degli organi di governo.

Abbiamo il meccanismo dell'Autorità di bacino, che avrà sicuramente qualche difetto sul piano del comando e controllo, ma sicuramente rappresenta un elemento originale, avanzato non solo di integrazione di acqua e suolo, precedendo lo stesso sviluppo della normativa comunitaria. La Direttiva ha questa articolazione, dimensione tecnica e dimensione istituzionale, l'integrazione delle quali è uno strumento di conoscenza e di garanzia che può essere condiviso e nello stesso tempo l'assunzione di responsabilità di decisione da parte degli organi di governo.

Ora, questa mattina si è parlato della necessità di destrutturate, poiché non da risultati corrispondenti alle necessità e agli obiettivi, questo meccanismo di comando e controllo

Se ne è parlato ampiamente e mi pare che sia acquisito. Il nostro confronto di oggi, però, e sarà per la difesa del marchio dell'associazione, non è che lo sviluppo della partecipazione deve abbattere quella grande innovazione di sistema e culturale che è stata la L. 183, che dovrebbe ricavare dall'attuazione della Direttiva comunitaria un impulso, un aggiornamento e un'integrazione: quindi una profonda novità, perché c'è l'aspetto economico, c'è l'aspetto della partecipazione, unificati dal governo e quindi dall'integrazione di pianificazione e gestione a scala di distretto.

Questi sono gli elementi che abbiamo di fronte. Rispetto ai quali c'è da dire che noi avevamo insistito col ministero dell'ambiente perché partecipasse. Il ministero dell'ambiente aveva assicurato la partecipazione del dottor Pineschi. Ieri il dottor Pineschi mi ha telefonato che è impegnato col direttore generale Mascazzini, q quindi non può essere qui. Mi ha mandato una nota che è importante come segno di serietà e di correttezza di questa persona. Ancora una volta riprende il documento di indirizzo che è portato nel documento sull'avvio della partecipazione, che è ricco di approcci applicativi della Direttiva comunitaria che erano già previsti nel D.Lgs. 152. Ma su un punto il documento, almeno nella nota che proponiamo, non è condivisibile, perché elude la scelta preliminare e pregiudiziale, cioè la delimitazione dei distretti idrografici, senza i quali non si può parlare di bilancio della risorsa fra domanda, pressione, disponibilità, o parlare di utilizzo delle risorse idriche, di partecipazione, almeno con un collegamento – lasciamo perdere i singoli punti – fra le singole esperienze di partecipazione e le compatibilità di ecosistema. Altrimenti, perfino il Po si trova a dover fare i conti con la siccità, come un paio di anni addietro. Ebbene, se non c'è questa condizione, che poi è ostativa anche per fare la ricognizione delle condizioni dei bacini, evidentemente parliamo di aria fritta. Questo per un versante. In quella nota si informa di quanto fa la direzione generale del ministero per l'ambiente sulla qualità della vita. Quello che non viene fuori, e onestamente lo riconosce, è l'effetto che doveva portare a un atto amministrativo di recepimento, che non c'è proprio e che rischia di andare al 2006 o di venir fuori con una soluzione pasticciata in forza della quale addirittura c'è chi pensa, in sede anche autorevole, che, lasciamo stare quelli nazionali o interregionali, la delimitazione dei bacini regionali potrebbe coincidere coi confini delle regioni, che è una bestemmia prima ancora che una scorrettezza e non va bene neanche sul fronte di queste questioni.

L'altro elemento riguarda i processi in atto e si riferisce alle regioni, e cioè ai piani di tutela. Si sta vedendo che Il 152, che per molti versi anticipa la Direttiva comunitaria con i piani tutela, invece di essere un momento di partecipazione, in questo caso di allargamento della partecipazione istituzionale alla scelta dei piani di gestione – quindi una partecipazione consapevole, sia pure articolata – con l'art. 44. Di fatto si fa fatica perfino a leggere i dati rilevati in questa e in quell'altra regione che fanno parte dello bacino e dello stesso distretto, perché ci sono criteri diversi. C'è lo svuotamento, che io considero il pericolo principale, del governo per bacini idrografici, singoli o accorpati nel distretto, quando invece ci sono interessi che avrebbero bisogno di esprimersi e di concorrere, anche litigando, utilizzando i punti forti che questa legge di riforma ha introdotto. Voglio anche aggiungere che, paradossalmente, abbiamo la normativa comunitaria che va nella direzione giusta. Credo che sia molto importante perché è un'innovazione di sistema con condizioni di efficacia. Abbiamo poi le normativa interne che vanno in direzione opposta, e il paradosso qual è? È che nel Mezzogiorno abbiamo delle realtà di partecipazione nel senso di iniziativa nazionale di due regioni come Basilicata e Puglia, del piano di tutela che so che D'Occhio sta preparando per la Campania. Ciò dimostra che, se si vuole, nello stesso Mezzogiorno, che di solito si lascia perdere, ci sono volontà e interessi a muoversi nella direzione di applicare la Direttiva comunitaria, che oltretutto è collegata al Quadro comunitario di Sostegno.

Questo per dire che lo scambio di idee odierno io lo finalizzerei a vedere che seguito diamo oggi. Io propongo che le conclusioni siano rivolte al governo, al sistema delle regioni – il Presidente della Conferenza delle regioni aveva designato un assessore della Lombardia ad essere presente, poi questi è stato sostituito, e alla fine non è stato possibile un suo intervento-

E quindi siano rivolte alle regioni e al loro organismo di rappresentanza, perché, di fronte al vuoto, assumano un'iniziativa che naturalmente si propone che assuma gli obiettivi e le modalità della Direttiva comunitaria, che l'anno scorso hanno trovato da parte della Regione Basilicata una proposta, di criterio e di merito, che guardava ai bacini del Mezzogiorno, ma che aveva una valenza di carattere nazionale.

Queste sono le cose che volevo dire, non sono sintetico e quindi sono forse stato un po' lungo, ma ritenevo necessario dirlo.