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Tavola rotonda

Intervento di Giuseppe Torchio,
Presidente provincia di Cremona – UPI – ANCI

Io penso che Massarutto, nella sua relazione, abbia affrontato uno degli elementi più importanti a proposito di esperienze di partecipazione e informazione che caratterizzano le Autorità di bacino. Si è riferito in particolare all'esempio del comitato di consultazione del Po. È una vicenda antica e l'unica che oggi dispone di questo comitato di consultazione.

Io ritengo che la vicenda del governo delle acque debba essere aziendalizzata, però devono esserci dei contrappesi. In sostanza, se l'aziendalizzazione si traduce nei commissariamenti che ha fatto Storace nella Regione Lazio, si può compromettere il risultato finale nel consenso. A proposito di queste cose, non bisogna prenderle alla leggera, come dimostra il fatto di ieri in Francia [il no al referendum sulla costituzione europea, NdR]. Tutta questa impostazione comunitaria che sta venendo avanti, o trae un minimo di consenso e di partecipazione dal tessuto sociale, civile e istituzionale, oppure, come è il caso di dire nella nostra vicenda, fa acqua. Fa acqua e rischia di rimanere un fatto di poco spessore, e quindi immaginiamo che questa idea di annettere alla rappresentanza elettiva diretta, in mezzo agli stackholder, i comuni e le province in una forma di partecipazione nei comitati istituzionali delle Autorità di bacino, previsti dalla L. 183, sia tutt'altro che peregrina. Innanzitutto perché gli uomini delle istituzioni non sono dei bombaroli che vanno in giro a far saltare gli strumenti decisionali, ma si atteggiano con profonda circospezione in rappresentanza anche complessiva e generalista dei territori e delle referenze di cui sono portatori.

La seconda questione è legata a una storica conflittualità nell'uso plurimo delle acque, che è la costante di questo Paese. Io, quando giorni fa sono andato alle prese idriche a Sarnico, a Pomenego, al canale Vacchelli per l'Adda, a verificare cosa stesse succedendo in una stagione di penuria idrica, mi sono posto il problema che questa pluralità di derivazioni, che è da un lato la ragione della grande performance agricola – ammesso che oggi si possa dire ancora di tutta la pianura padana – ma nelle stesso tempo, nell'equilibrio della regolazione degli interessi, si determinano anche quelle che sono le ragioni di vita o di morte di altre realtà economiche e sociali. Quindi è una cosa molto delicata, ha bisogno di un mix di aziendalismo, di partecipazione e di informazione. Penso quindi che, siccome la Direttiva comunitaria lascia libertà ai singoli Paesi, e non si può pensare di entrare nel vivo di queste cose che sono legate sostanzialmente al governo locale e al consenso, in ultima analisi è a noi che spetta – tra l'altro, in spaventosa assenza del governo e delle regioni – cercare una soluzione con questi convegni, e molti sono già stati fatti (tra un po'. Alla fine di questo convegno, avremo scoperto l'acqua calda, con le giornate che viviamo). Alla fine, rispetto a questa materia, un debito di responsabilità noi ce l'abbiamo. Ci sono comitati di consultazione, ci sono comitati istituzionali. La rappresentanza economico-sociale degli interessi può trovare una sorta di confronto e di decantazione nei comitati di partecipazione, e le rappresentanze istituzionali si fanno carico degli equilibri che avvengono in questa fase consultiva-concertativa, che alla fine porta a dei risultati apprezzabili.

D'altra parte, che cosa sono i contratti di fiume della legislazione francese a cui si riferisce Massarutto, se non quello che è stato tentato anche qui, forse con la mancanza di un contrappeso?

A proposito degli accordi tra vari soggetti, industriali, ambientali e agricoli, sulla rinaturazione dei fiumi, io mi sono lamentato che mancassero le istituzioni.Però questi interessi reali hanno cercato di trovare tra di loro un momento di equilibrio, e quindi una possibilità di gestire una materia esplosiva, come sono gli interessi contrapposti, in termini innovativi e partecipativi, ed io non penso ad una democrazia della partecipazione dove ci si continua a scannare con le fucilate, ma si deve anche trovare un elemento di mediazione e definizione dei conflitti. Che sono i conflitti di carattere reale, di carattere economico che però devono essere ricomposti. Diversamente, non vi sarebbe nessuna mediazione e nessuna composizione delle vertenze, come mi insegnano i sindacalisti, queste sono cose elementari e si deve arrivare quindi alla loro definizione. Allora, questi patti territoriali, che sostanzialmente, oramai, diventano l'elemento dominante di tutte le scelte che legano lo sviluppo del Paese – o lo slegano, a seconda dei punti di vista – sono già previsti all'interno della legislazione italiana, e potrebbero essere trasferiti all'interno di questi strumenti che sono le Autorità, chiamiamole così, e i comitati che sono preposti alla gestione delle Autorità di bacino. Ecco, io penso inoltre che vi sia una grossa esigenza: che dentro questa rappresentazione non possano venire meno, nell'ignoranza generale che ormai che contraddistingue alcuni passaggi regionali, l'apporto dei tecnici e il supporto del mondo della docenza, dell'Università, il mondo di coloro che queste conoscono per diritto, ma anche per esperienza. E se c'è oggi un impoverimento che impedisce davvero di fare una pianificazione dall'alto, è talvolta ai livelli locali che troviamo ancora delle conoscenze e delle professionalità nella manualità delle gestioni condivise, mentre ai livelli superiori non vi è la costanza e l'umiltà di approcciare la vicenda appoggiandosi ai momenti scientifici, ai momenti della ricerca, ai momenti della cultura, anche a livello universitario. Questo è anche vero , probabilmente, sia sullo scenario nazionale, sia sullo scenario a livello regionale. Ecco perché il Gruppo 183 fa un'azione di supporto, perché è un trait d'union di queste necessità di carattere politico e nello stesso tempo di carattere scientifico. Io sono convinto, quindi, che si debba prendere ad esempio questo lavoro e lo si debba riportare nelle dovute sedi.