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Tavola rotonda

Intervento di Renato Drusiani,
direttore generale di Federgasacqua

Proprio questa mattina, al circolo della stampa di Milano, alla presenza dei presidenti di Federenergia, Zuccoli, e Federgasacqua, D'Ascenzi, abbiamo annunciato che da domani la nostra associazione si chiamerà Federutility, dopo la confluenza delle due associazioni che ho indicato. Questo non è solo uno spot pubblicitario, ma per far capire che anche il mondo delle imprese che operano nei servizi idrici, del gas, elettrici, eccetera, vanno strutturandosi per cercare risposte sempre più avanzate dal punto di vista della valorizzazione di quelle che sono le imprese associate.

Io ho avuto modo di seguire l'evoluzione di questo mondo associativo e per molti aspetti siamo passati da quello che era un mondo di imprese molto vicine, a volte anche troppo, a certe esigenze del singolo comune, a quelle che sono imprese che ormai si muovono in borsa e sui mercati internazionali. Sempre più frequentemente non rileviamo, su tanti temi, grosse differenze con le imprese gemelle del mondo confindustriale, come invece era in passato.

Fatta questa premessa, direi che gli slogan di questo seminario gravitano attorno a due punti, quello della gestione partecipata e quello della gestione decentrata. Sicuramente va trovato un nuovo modello, la pianificazione anni '50 non funziona più, per tanti motivi, forse solo per il fatto che funzionava quando c'era qualcuno che faceva scendere dei soldi, che dovunque andavano riempivano i buchi che c'erano. Ora non ci sono più neanche quelli, quindi non funziona proprio più, anche se molti buchi sono rimasti. A questo punto noi abbiamo la dimostrazione che ci viene dalla stessa evoluzione della L. 183 e poi della Legge Galli, che ha introdotto principi importantissimi ma che però, soprattutto con la Legge Galli, sono rimaste vittime delle stesse inibizioni, degli stessi freni, degli stessi approcci di tipo burocratico che essa stessa ha messo in campo. Quello che viene fuori dalla Legge Galli è esemplare, ma di questo parlerò un attimo dopo.

Uno degli obiettivi è quello di vedere cosa potranno significare questi nuovi piani di tutela e poi i successivi piani di gestione, e cosa potranno cambiare. Da un punto di vista d'impostazione, va benissimo seguire la Direttiva europea, vedere le acque in tutto il loro insieme: questo non può che essere un fatto positivo. Però bisogna che tutti stiamo al passo, e non che talvolta ci si nasconda dietro qualche fuscello che è lungo la strada. Ricordo, ad esempio, che i piani di tutela vanno accompagnati da uno studio economico; ebbene i piani di tutela che sono stati fatti presentano questo studio economico, che non è un optional od un bel soprammobile informativo. Per noi è un elemento importantissimo che finalmente da valore alle cose. Questo prima mancava e quindi il risultato era una somma di buoni propositi che tanto nessuno riusciva a condurre in porto. Ma allora, che gli studi economici comincino ad essere operanti e comincino ad affrontare veramente il tema dell'acqua a 360 gradi. Evitiamo di ripetere, ad esempio, che in tema di irrigazione abbiamo ancora bisogno di studi per potere così lasciare tutto fermo ed immobile per altri anni. Non vorrei che questo discorso degli studi, specialmente quando già cominciano ad esserci, venga fatto solamente per allungare i tempi considerato che occorrerebbe affrontare temi certamente antipatici.

Comunque, questi studi cominciano già ad esserci e a far capire quanto, ad esempio, il sistema idrico sia stato sottovalutato sul piano economico. Purtroppo, però, in questi anni una serie di strumenti attuativi – mi riferisco per esempio a quelli più inerenti alle tariffe – si sono rivelati insufficienti, perché se non fossero insufficienti basterebbe un decreto, o un decretino, che dica: ebbene, si aumenta tutto del tasso di inflazione”.

I Piani d'ambito inizialmente erano delle scatole chiuse tipo pianificazione sovietica anni ‘50, del tipo “prendere o lasciare”, ora – e lo vedo anche da alcuni segnali di stamattina – in questa materia si comincia a comprendere che per raggiungere gli obiettivi primari delle leggi che ho citato, ovvero il primato della gestione e non il primato delle opere, bisogna avere un approccio diverso, bisogna avere piani che a questo punto siano piani partecipati, e diano la possibilità, quando si avviano meccanismi di tipo competitivo, di far valere veramente queste competenze. Perché quando vedo dei piani bloccati ma al tempo stesso dei piani che prevedono il rifacimento del 90% di tutta la rete, allora mi viene veramente il sospetto che questi qua siano piani fatti apposta per i costruttori, non certo per i gestori. Intendiamoci, i costruttori sono una categoria rispettabilissima, con la quale non sempre siamo in fase di collaborazione; ma forse in questo caso l'interesse collettivo, oltre al buon senso, suggeriscono un diverso mix di priorità.

Devo dire che, in questi ultimi tempi, noi abbiamo raggiunto il massimo dei paradossi. Da un lato abbiamo avuto questa forte spinta, specialmente nelle aree del Sud, per cercare di intercettare questi fondi del Quadro Comunitario di Sostegno a tariffe bloccate al 2002. Voi potete facilmente capire cosa vuol dire in un momento in cui i costi dell'acqua, i costi di produzione legati in gran parte all'energia elettrica, sono lievitati più dell'inflazione, operare a tariffe bloccate su dei piani che hanno tassi di rendimento interno di poche unità: vuol dire affossarli completamente. Noi e la nostra associazione confindustriale gemella abbiamo scritto proprio un mese fa al ministro Siniscalco che non è assolutamente accettabile che si pretenda di fare queste gare nel Sud con delle situazioni di tariffe di partenza che risalgono a tre anni fa. Con gli ATO che, ovviamente, non se la sentono, sponte loro, di partire con un +10% rispetto alle tariffe preesistenti. Perché è proprio vero che questi vengono pagati per quello che fanno, ma forse non per il coraggio che a volte dovrebbero metterci. Comunque, a finire sul Golgota non piace a nessuno, e di questo va tenuto conto.

In sostanza, noi siamo in una situazione che dovrebbe vedere una forte evoluzione. Ho apprezzato notevolmente una posizione espressa dal presidente di SOGESID in un'intervista di qualche settimana fa, dove si dice: bisogna che i gestori e le imprese si confrontino sul piano, questo non più essere visto come una scatola chiusa. Quindi il sistema quantomeno comincia ad accorgersi di questo. Purtroppo, quello che noi scontiamo è una situazione storica bloccata, una situazione che avrebbe bisogno di un efflatus vitae che probabilmente, anche se si fa fatica a produrlo, deve venire dal livello decentrato, storicamente più vicino ai bisogni del territorio e dei cittadini.