Gruppo 183 - IEFE Bocconi - Legambiente
Convegno:
L'attuazione della Direttiva
Comunitaria sulle acque (2000/60) in Italia
Sfide e opportunità per una
politica sostenibile dell'acqua in Italia
Milano, 17 ottobre 2003
Gli aspetti idrologici ed ecologici
Intervento di:
Romano PAGNOTTA , Istituto di ricerca sulle acque del CNR
Grazie
presidente, signore e signori, ringrazio anch'io gli organizzatori del Convegno
per aver invitato il nostro istituto a partecipare a questo seminario, che mi consente di
parlare di un argomento che sta permeando gran parte dell'attività del nostro
istituto e che probabilmente indirizzerà l'attività dell'Istituto in gran parte
anche nel prossimo futuro. A me spetta l'onore di parlare degli aspetti
sostanzialmente ecologici, e qui mi ricollego all'invito fatto prima dal
presidente, dove siamo, a che punto siamo, prima di dire se siamo pronti. Quindi
ricollego anche questa mia relazione a quella del dottor Premazzi fatta
precedentemente e quindi cerco di dare una risposta a queste
domande.
Per
quanto riguarda i principali obiettivi questi sono già stati manifestati ed
espressi precedentemente dalla relazione Premazzi, io comunque ho cercato di
estrarre quelli che sono gli obiettivi fondamentali, principali dal punto di
vista ambientale, quindi l'agevolare l'utilizzo delle risorse idriche, il
ridurre l'emissione degli inquinanti ed eliminare queste emissioni inquinanti
sostanze pericolose da questi scarichi e impedire l'ulteriore deterioramento dei
corpi idrici o mantenere il buono stato di qualità dei corpi idrici. Per quanto
riguarda i tempi anche questi sono stati visti, li riassumo per completezza,
entro 6 anni vanno resi operativi i programmi di monitoraggio, entro 15 anni va
raggiunto lo stato di qualità buono e entro il 2020 eliminare le sostanze
pericolose dagli scarichi. Quindi rispetto a quelli che sono gli obiettivi e i
tempi della direttiva quadro qual è la situazione attuale delle acque dolci
superficiali in Italia? E quindi cercare un primo quadro di conoscenze che
possiamo desumere, non avendo ancora attuata la direttiva quadro, utilizzando i
criteri che sono stabiliti dal decreto 152. E' stato già detto in precedenza che
il decreto 152 in qualche modo è
stato fatto avendo come riferimento la direttiva quadro, quindi in qualche modo
anticipa per alcuni aspetti quella che è stata la direttiva quadro, vedremo poi
che comunque non è la direttiva quadro ovviamente. Quindi faccio un esame, un
rapido esame di quelli che sono i fiumi, prendendo come riferimento i dati
ufficiali della relazione dello stato dell'ambiente del 2001 del Ministero
dell'Ambiente, e per i laghi prendendo spunto da una indagine che il nostro
istituto, insieme all'istituto per lo studio di ecosistemi del CNR e insieme
all'APAT sta svolgendo su un catasto di laghi il progetto Linno che consente di
avere un quadro della situazione dei laghi in Italia.
Per
quanto riguarda i fiumi, se consideriamo la distribuzione percentuale dello
stato ecologico, considerato appunto ai sensi della 152 delle acque in Italia,
possiamo vedere che, considerando l'Italia in quanto tale su circa mille
stazioni, e considerando i cinque livelli previsti dalla direttiva quadro che
sono stati presi anche dal decreto legislativo, abbiamo circa il 75% delle acque
in Italia che è di qualità inferiore a buono, quindi acque che necessitano in
qualche modo di un intervento per essere riportate a buono nel termine del 2015.
Se consideriamo due dei più importanti fiumi italiani, il Po, vediamo che il
bacino del Po l'88% delle acque è in condizioni inferiori a buono, e quindi
necessitante anche in questo caso di interventi di recupero. Infine se
consideriamo il fiume Adige abbiamo l'86% delle acque in condizioni inferiori a
buono. Ripeto, non è la direttiva quadro, è la 152, ma è probabile che se
adottassimo i criteri della direttiva quadro probabilmente la situazione sarebbe
ancora peggiore. Questo per quanto riguarda i fiumi, per quanto riguarda i laghi
– e qui abbiamo un problema, nel senso che il decreto 152 sta per essere
modificato per quanto riguarda le modalità di classificazione, i criteri di
classificazione, e sta per essere modificato sulla base di una proposta che come
istituto abbiamo fatto essendoci resi conto che il criterio inizialmente
previsto presentava delle incertezze, perlomeno dava un quadro della situazione
dei laghi in Italia che non era quella reale. Quindi considerando comunque il
decreto, quello attualmente in vigore, quindi il decreto 152 per 32 laghi
possiamo fare una classificazione, vediamo che la situazione appare
letteralmente disastrosa avendo 25 laghi in classe quinta, quindi in pessima
condizione, non avendo laghi in qualità buona, e la gran parte in condizioni
pessime. Modificandolo sulla base della proposta che è stata fatta e che
dovrebbe, credo, a giorni, essere ratificata attraverso un decreto ministeriale,
abbiamo che due laghi stanno in buone condizioni e abbiamo che 16 laghi stanno
in una condizione non buona ma sicuramente meno distante da buono rispetto a
quello che era l'aspetto classificatorio iniziale. Abbiamo qui l'elenco dei
laghi, ma sorvoliamo su questo per economia di tempo, comunque è possibile
vedere come una parte dei laghi passi addirittura dalla quinta classe, quindi
stato pessimo ad una seconda classe, e altri invece rimangano inalterati nella
loro classe inizialmente proposta.
Abbiamo
detto che l'approccio seguito dal decreto 152 non è utilizzabile per il
recepimento della direttiva quadro, anche se in qualche modo tiene conto di
questo. Infatti lo stesso è basato su classi di qualità statiche, non in
relazione a condizioni di riferimento che possono variare rispetto alle diverse
tipologie di corpo idrico. Da questo punto di vista la direttiva quadro è molto
più flessibile, in quanto consente di identificare caso per caso, tipologia per
tipologia di corpo idrico, categorie omogenee e rispetto a queste categorie
omogenee di consentire una classificazione.
E poi il
decreto legislativo è basato in maniera solo parziale sulle caratteristiche
biologiche che invece rappresentano l'elemento che permea maggiormente la
direttiva quadro.
Ripeto
per la direttiva quadro c'è la necessità, nella prima fase di attuazione, quello
che è necessario è definire la tipologia di corpo idrico per le due ecoregioni
in cui è divisa l'Italia. La direttiva quadro cosa prevede? Se ricordo bene 25 o
29 ecoregioni a due delle quali appartiene l'Italia, Alpi e un'altra ecoregione che è Italia,
Corsica e Malta. Quindi rispetto a queste due ecoregioni bisogna definire le
tipologie di corpo idrico che appartengono a queste ecoregioni e definire le
condizioni di riferimento per ciascuna tipologia di corpo idrico. Io avevo
portato qui un esempio di individuazione degli ambienti di riferimento per i
tipi dei laghi italiani, sorvolo un
po' su questa parte, nel senso che rappresenta un aspetto più tecnico,
che vuole mettere in evidenza le difficoltà che si possono incontrare
semplicemente per definire il primo aspetto, cioè l'individuazione degli
ambienti, sui quali poi parte tutta la direttiva, perché se non riusciamo ad
individuare i tipi di laghi italiani diventa impossibile poi applicare la
direttiva. Quindi per la definizione dei tipi lacustri bisogna procedere a tutta
una serie, c'è una sorta di flow chart, bisogna passare all'analisi dei fattori
di pressione antropica, analisi delle caratteristiche chimiche, fisiche e
morfologiche, l'individuazione dei potenziali ambienti di riferimento, procedere
a un monitoraggio e quindi definire le condizioni di riferimento dello stato
ecologico. Soltanto per i tipi lacustri esistono due sistemi, un sistema A che è
un sistema semplificato, un sistema B che è un sistema più complesso, abbiamo
verificato che utilizzando già per la scelta soltanto di parametri morfometrici
bisogna procedere a un controllo di qualità dei dati archiviati attraverso il
controllo tra diverse fonti che forniscono questi dati, bisogna scegliere dei
valori di riferimento e quindi su questa base possono essere selezionati i laghi
di interesse ai fini della classificazione. Come anche per la definizione del
substrato ecologico si deve procedere attraverso una ricognizione dell'esistente
e attraverso la messa a punto di sistemi più moderni, quali ad esempio i sistemi
georeferenziati, che consentono di riportare sulla carta geologica
l'intersezione tra bacini idrografici e la carta geologica per consentire poi,
attraverso determinazioni di tipo anche analitico, una definizione di
caratteristiche geologiche degli ambienti che rappresentano uno degli elementi
base attraverso cui definire le tipologie di corpo idrico. In questo caso
abbiamo provato ad applicare i due sistemi, sistema A sistema semplificato e il
sistema B, e abbiamo visto come il sistema A sostanzialmente, abbiamo
classificato quindi i laghi a seconda che siano calcarei, silicei, di origine
calcarea silicea o vulcanica, e
quindi abbiamo verificato come il sistema A non funzioni, il sistema
semplificato ma bisogna adottare un sistema più complesso, il sistema B che
richiede la conoscenza di tutta una serie di ulteriori caratteristiche dei corpi
idrici con i quali possono essere identificati 13 tipi lacustri, ma ripeto è
ancora in fase di sperimentazione questo tipo di approccio che abbiamo seguito,
e quindi è possibile individuare quelli che sono i tipi lacustri. Su questi tipi
lacustri vanno individuate quelle che sono le condizioni di riferimento, e
quindi di tipo idromorfologico, chimico-fisico e biologico. Le condizioni di
riferimento cosa sono? Sono gli ambienti inalterati, gli ambienti non sottoposti
a pressione antropica, cioè quello che in analisi chimica è il bianco,
l'elemento di riferimento sul quale verificare poi gli scostamenti degli altri
corpi idrici rispetto a questa situazione di bianco. Quindi si tratta della
necessità di avere ambienti non sottoposti ad antropizzazione. Questo
evidentemente non è semplice da avere, in Europa in genere, in Italia che è
densamente popolata in particolare, quindi ove dagli ambienti non siano
disponibili, cosa che peraltro è abbastanza frequente in Italia, si può
ricorrere a determinati modelli di riferimento, che richiedono però un
consistente numero di informazioni, un consistente numero di dati che anche
questo frequentemente […]
[…] Gli
indicatori devono essere di qualità idromorfologica, indicatori di qualità
fisico-chimica e indicatori di qualità biologica. Nella relazione del dottor
Premazzi è stato messo in evidenza prima come tutti questi indicatori devono in
qualche modo poi concorrere e dare lo stesso tipo di risposta. Mentre per gli
elementi di qualità fisico-chimica probabilmente siamo abbastanza attrezzati,
nel senso che abbiamo metodi, abbiamo tutta una serie di conoscenza che ci
consentono di utilizzare questi elementi di qualità fisico-chimica, la
situazione è diversa per quanto riguarda la qualità idromorfologica e per quanto
riguarda la qualità biologica che rappresenta l'aspetto centrale rispetto alla
direttiva quadro. Per questo tutta una serie di metodi, metodologie non
esistono, o non esistono o sono in una fase tutta da rendere organica, rendere organica non solo a
livello nazionale ma anche a livello internazionale. Una volta scelti gli
indicatori il problema è quello di procedere a una intercalibrazione,
intercalibrazione che va fatta a livello europeo, non può essere una
intercalibrazione a livello nazionale ovviamente, in quanto le singole grandezze
che ciascuno stato individua come opportune per valutare, per classificare le
acque, debbono dare risposte omogenee rispetto a quelle scelte da altre nazioni.
Quindi è in corso di definizione un network per l'intecalibrazione, che riguarda
la scelta e i tipi dei siti, i criteri per la validazione dello scambio di dati,
l'analisi dei risultati. Il dottor Premazzi prima ha citato questa attività in
corso, attività che peraltro è affidata come punto focale al Joint … Centre di
Ispra. E poi il monitoraggio, va definito un network per il monitoraggio che sia
finalizzato alla classificazione dei corpi idrici, alla stima di modifiche a
lungo termine delle condizioni naturali, alla valutazione dei rischi dovuti ad
eventi accidentali, alla individuazione della efficacia degli
interventi.
Una
volta fatto questo è possibile procedere alla classificazione, allora possiamo
farlo in una maniera dicotomica: gli elementi di qualità biologica raggiungono
le condizioni di riferimento? Sì. Le condizioni chimico-fisiche raggiungono lo
stato elevato? Sì. Le condizioni idromorfologiche raggiungono lo stato elevato?
E possiamo dare una classificazione di stato elevato. Oppure alcuni di questi
non raggiungono lo stato elevato, possiamo avere una situazione in cui si passa
ad uno stato buono, che rappresenta ancora uno di quegli stati che sta al di
sotto di quella linea di demarcazione che il dottor Premazzi faceva vedere prima
e per i quali non sono richiesti particolari interventi di recupero. Oppure
possiamo avere situazioni non corrispondenti a quelle di buono stato, e quindi
vanno classificate sulla base di deviazioni rispetto alle condizioni di
riferimento. Allora se la deviazione è moderata avremo uno stato moderato, se la
deviazione è più sostanziale avremo uno stato povero, e se è ancora più forte la
deviazione avremo uno stato di qualità cattivo. Quindi quello che volevo mettere
in evidenza è un po' la complessità di questo sistema.
Rispetto
a questo come si pone il sistema nazionale? L'istituto di ricerca sulle acque
nel 99 ha fatto uno studio, questo studio ha evidenziato una situazione negativa
per lo stato delle risorse idriche e per la capacità ad intervenire per la
corretta gestione e protezione; ha evidenziato un ruolo marginale esercitato
dalla ricerca per la soluzione dei problemi ambientali che si manifestavano, e
ha evidenziato un carente utilizzo di risorse disponibili, molte conoscenze che
potrebbero essere utilizzate sono disponibili, molto spesso non vengono
utilizzate perché si ignora dell'esistenza di queste conoscenze, per tutta una
serie di motivi, per un fatto di organizzazione del sistema nazionale che di
fatto rende carente l'utilizzo
C'è una
mancanza di ricerca di sviluppo tecnologica nel settore, c'è una carenza di un
efficace inquadramento
organizzativo pari a quello esistente in altri paesi europei. Conclusioni: lo
strumento normativo nuovo richiede solide basi scientifiche per essere
applicato, non è la 319, una volta si diceva la 319 per essere applicata ha
bisogno di un perito chimico e di un magistrato. Qui non siamo nella stessa
situazione, non basta un perito chimico, non basta un magistrato, occorre
qualcosa di più, occorre conoscenza alla base.
C'è una
fragilità del sistema nazionale nei confronti della ricerca per la protezione
delle risorse idriche. La direttiva quadro però va vista come una opportunità,
mi ricollego a quello che diceva il dottor Premazzi, costituisce una opportunità
per finalizzare le attività della
comunità scientifica alla soluzioni di problemi che sono di vitale importanza
per il paese. La comunità scientifica, la CNR che di questa comunità scientifica
rappresenta una parte importante, anche se in questo momento è in una situazione
di fibrillazione, però attraverso le proprie strutture di ricerca, e tra queste
ci mettiamo l'IRSTA che da sempre ha collaborato con il governo per quanto
riguarda definizione di criteri scientifici per la gestione del patrimonio
idrico, ha manifestato la disponibilità a fornire quello che è necessario
supporto tecnico-scientifico e di coordinamento per qualunque tipo di iniziativa
che sia finalizzata a dotare il paese di quel sistema di conoscenze che è
necessario per l'applicazione della direttiva. Senza questo stato di conoscenze
sicuramente gli obiettivi della direttiva, quindi il raggiungimento del buono
stato di qualità rappresentano sicuramente un qualcosa di difficilmente
raggiungibile. Grazie per l'attenzione.
(trascrizione del testo non ancora verificata dal relatore)