Gruppo 183 - IEFE Bocconi - Legambiente
Convegno:
L'attuazione della Direttiva
Comunitaria sulle acque (2000/60) in Italia
Sfide e opportunità per una
politica sostenibile dell'acqua in Italia
Milano, 17 ottobre 2003
Dibattito:
Siamo pronti ?
Intervento di:
Andrea AGAPITO
LUDOVICI , WWF Italia
Ringrazio innanzitutto per
l'invito a questo convegno, cercherò di essere molto conciso. Innanzitutto
voglio rispondere a quanto è stato appena richiesto, cioè se abbiamo bisogno di
una legge quadro o se abbiamo bisogno di qualche cosa d'altro. Anche io sono
dell'avviso che di leggi quadro o di altri interventi normativi che rivanno
sopra ad altri interventi forse non ne abbiamo molto bisogno, abbiamo forse
bisogno di qualche cosa d'altro: abbiamo bisogno probabilmente di una capacità
di ascolto prima di tutto, perché se è vero che ci sono normative, che c'è
questa direttiva quadro di cui si è parlato tantissimo quindi non mi soffermo su
questo, mi voglio soffermare solamente su alcuni aspetti quasi indicatori di
quello che sta succedendo, qualcosa di cui abbiamo bisogno è sicuramente una
capacità di ascolto da parte delle istituzioni. Io sono convinto che adesso ci
sia quasi il terrore di muoversi per la complessità di normative, di impegni, di
cose che c'è da fare, molto spesso le istituzioni, le regioni, le autorità di
bacino ha difficoltà a muoversi. Oltretutto io credo che non è che siamo
indietro o ci siamo fermati, su alcuni aspetti noi stiamo regredendo rispetto a
quelli che sono gli orientamenti o
gli obiettivi della direttiva quadro. Mi riferisco ad esempio a uno degli
aspetti che maggiormente credo condizioni, anche nel documento di presentazione
è segnalato come tale, che condiziona la direttiva quadro che è l'assetto idrogeologico, il governo del
ciclo dell'acqua, chi governa tutto questo meccanismo. Io credo che questo sia
uno dei problemi principali, perché
poi alla fine, mentre la direttiva ci dice che devono essere le autorità di
distretti, le autorità di bacino, ecc. ecc., poi sul territorio succede
tutt'altro. Noi abbiamo assistito a un percorso faticoso, che però ha portato a
dei risultati, io penso ai piani di assetto idrogeologici che sono stati
approvati due anni fa circa, o comunque molti di questi sono stati approvati;
alcuni di questi penso anche a quello del bacino del Po, approvato due anni fa,
che contiene un approccio alla pianificazione, alla gestione del territorio, a
nostro avviso assolutamente condivisibile e buono, perché innovativo, parla di
ripristino degli equilibri idrogeologici ambientali per garantire la sicurezza
sul territorio; parla di rinaturazione, parla di manutenzione del territorio,
avvia a un processo di responsabilizzazione verso i comuni, perché forse è una
delle prime volte in cui si è detto ai comuni del bacino padano, in modo giusto
o sbagliato, da ridefinire, da mettere a posto ecc., però guarda che il tuo
rischio nel territorio è questo, quindi fai qualcosa, adeguati, perché se noi
poi la responsabilità è anche tua, come comune, come piano regolatore. Quindi ha avviato un processo
sicuramente molto importante, io credo che però questo processo sia un po'
interrotto, probabilmente anche a causa del fatto che c'è stato un cambiamento
nell'impostazione, nell'organizzazione dell'autorità di bacino, organismi come
l'AIPO, che sono diventati regionalizzati ultimamente hanno un po' di problemi,
so che parecchie persone sono state
inquisite e quindi di fatto non possono operare. Molti dei finanziamenti di cui
avevano bisogno non sono stati stanziati dalle regioni, forse non ancora
abituati ad avere questo tipo di funzione anche nei confronti dell'AIPO, che è
l'ex magistrato del Po, fatto sta che noi registriamo uno stop, ma anche una
regressione perché anche quello che è successo ultimamente ha visto come ente
gestore, ente che condiziona fortemente il territorio, non la regione, non
l'autorità di bacino ma in molti casi la protezione civile. Lo abbiamo visto nel
2000 con l'alluvione sul Po, lo abbiamo visto questa estate con l'evento eccezionale di magra, di
secca, di siccità anche se poi, se uno va a vedersi i dati, a cercare i dati
perché poi appunto è già stata sottolineata la difficoltà di reperimento di
dati, di dati validati che c'è, e questo è forse uno dei punti che se non
scardiniamo non possiamo fare nulla, non possiamo promuovere nulla, però a
fronte di questo c'è stata una emergenza idrica sicuramente motivata da questa
siccità eccezionale, però noi abbiamo assistito a questa quasi isteria sul Po
dei livelli eccezionali idrici, eccezionalmente bassi, erano cento anni che non
c'erano questi livelli ecc. ecc., poi dopo gli unici dati di portata, quindi
della quantità d'acqua che c'era sul Po dicevano che sì è vero che la magra era
un pochino fuori del normale, però era una magra che a metà luglio era con un
tempo di ritorno di circa 5 anni, quantomeno dai dati dell'unico ente che ha
fatto il confronto tra le sezioni idrauliche, i deflussi e le
portate.
E c'è stato un
allarme generale, c'è stata anche, a mio avviso, una mancanza da parte della
protezione civile in quel caso, quando è andata a relazionare alle commissioni
territorio parlamento, quando gli è stato chiesto: ma è vero che la rispondenza
tra la portata e i livelli idrometrici non è così immediata, cioè non è vero che
la magra era così eccezionalmente bassa, la risposta è stata "dobbiamo
verificare". Allora è chiaro che abbiamo un deficit di conoscenze che dobbiamo
assolutamente colmare, abbiamo un deficit di coordinamento perché poi in realtà
molti dati ci sono sul territorio, il protocollo d'intesa che è stato avviato in
seguito a questa emergenza, che ha visto intorno a un tavolo le regioni, le
autorità di bacino e i gestori delle acque, quindi i gestori degli invasi in
alta montagna con i consorzi di bonifica, i gestori di regolazione dei laghi, si
è visto che poi dopo qualche giorno l'acqua è ritornata un pochino d'acqua sul
Po, che c'è comunque la possibilità di interloquire, e tutti questi enti, questi
che gestiscono l'acqua i dati ce li hanno e se li tengono molte volte ben
stretti. Quindi qui sicuramente c'è la necessità di ridare ruolo all'autorità di
bacino, perché io ho l'impressione che continuiamo a mantenere e avvalorare
questa frammentarietà di interventi e di gestione sul territorio, cosa che
facilita i continui interventi di emergenza, che poi sono richiesti a gran voce,
e assolutamente non garantisce nessun intervento che porti poi a una gestione
effettivamente ottimale del bacino. Oltretutto c'è il
problema che questi interventi spesso e volentieri sono assolutamente
controproducenti, perché sono a spot, sono molte volte fatti in seguito
all'emotività, in seguito al fatto che non ci sono dei dati chiari. Dopo questo,
l'altra cosa che mi allarma perché poi appunto stando sul territorio, andando a
parlare, andando a vedere quello che succede, ti accorgi come questo meccanismo
sia in qualche modo consolidato, alcune prefetture, in seguito alle loro
funzioni di protezione civile, così come loro stessi hanno detto, hanno avviato
una serie di coordinamenti per la manutenzione ordinaria del territorio, la
prefettura di Pavia ha coordinato un tavolo per la pulizia del Po e del Ticino
nel tratto di sua competenza. Quindi la manutenzione ordinaria non è più in mano
a chi dovrebbe garantire una gestione ordinaria a seconda dei piani, secondo
degli obiettivi ma da chi ha delle funzioni in qualche modo di protezione
civile. Quindi questo deve assolutamente ribaltato, bisogna in qualche modo
cercare di ridare un ruolo sia all'autorità di bacino sia alle regioni, ma non
tanto di vincolo o di imposizione, quanto un ruolo di facilitatori di processi.
Abbiamo un territorio estremamente complesso, abbiamo una normativa
frammentaria, abbiamo visto tutte quelle cose di cui si è parlato oggi, quindi è
necessario avviare in modo concreto un confronto tra gli stakeholder, tra le
varie istituzioni, le amministrazioni pubbliche ecc., avviandolo probabilmente
non tanto con normative e con altre cose in più perché intanto ce ne sono troppe
e abbiamo visto che non riusciamo a uscirne da questa gabbia, ma avviando delle
sperimentazioni. Io sono convinto per esempio, noi abbiamo proposto già in un
altro convegno, alla regione Lombardia, perché non facciamo un tavolo sull'Adda,
sull'Adda però da Lodi a Bormio cioè su tutto l'Adda. E' uno dei fiumi più
complessi, con i problemi più grossi, che però è uno dei fiumi che ha una
maggiore capacità forse di regolazione dell'acqua per via degli interessi che ci
sono in Valtellina, il Lago di Como è completamente regolato, i consorzi di
bonifica, ci sono dei parchi ecc. Vediamo anche di fare in modo che
l'istituzione, l'autorità di bacino, la regione ecc., mettono attorno a un
tavolo chi ad esempio l'anno scorso è andato sott'acqua, perché l'anno scorso è
andata sott'acqua Lodi, è andata sott'acqua tutta una serie di comuni a valle,
con chi in qualche modo ha anche una maggiore capacità di regolazione o di
ridefinizione di alcuni criteri di regolazione che possono attenuare questo tipo
di cose. Andiamo a creare uno scenario condiviso con i comuni, con le province,
con tutti coloro che hanno a che fare con il fiume per raggiungere questi
obiettivi, però in modo molto puntuale. Dico questo perché non a caso l'Austria,
l'Austria è uno dei tre paesi che ha già dato attuazione alla direttiva quadro,
forse sono piccoli, è più facile per loro intervenire, però io sono stato in
Austria questi ultimi giorni a vedere alcuni progetti avviati dal WWF e dal
Ministero dell'Ambiente e dai comuni locali, questi stanno riallargando i fiumi
per ridurre il rischio idraulico e idrogeologico, per migliorare la qualità
delle acque, stanno buttando giù degli argini. perché? Perché gli argini troppo
stretti aumentavano l'erosione nella parte centrale, l'alveo si era abbassato e
quindi stanno allargando, stanno riqualificando gli ambienti, stanno abbattendo
gradualmente degli sbarramenti in alta montagna per far defluire il materiale
solido per ripascere il fiume. In alcuni casi, eravamo in giro con questi
ingegneri forestali idraulici ecc., c'erano questi cumuli di ghiaia di fianco al
fiume dice "ma questi li avete tirati fuori dal fiume" "no no questi li mettiamo
noi". Allora è chiaro che per noi, anche se sono dall'altra parte delle Alpi,
quindi non sono molto lontani, forse è fantascienza, se uno si mette a parlare
di materiale solido sui fiumi si scatena il solito macello perché bisogna
scavare, non scavare, dove, come, quando, ci sono interessi
ecc.
Tutto questo per dire che in
quella situazione, probabilmente con tutta una serie di facilitazioni, non
voglio dire, però si è creato uno scenario che si è condiviso con i vari
stakeholder, in funzione di obiettivi di interesse pubblico, la riduzione del
rischio idraulico, il miglioramento della qualità ambientale ecc., e poi si è
proceduto anche monitorando l'efficacia delle azioni. Infatti l'ultima cosa che
voglio dire, una cosa che a me ha impressionato molto, è che alcuni degli
interventi che loro fanno, per esempio di pennelli di regolazione, li fanno
attraverso un concetto di flessibilità, cioè dicono: cioè dicono noi abbiamo
degli standard che ci siamo proposti, degli obiettivi, se questi standard
cambiano noi i pennelli li possiamo o allungare o accorciare, a seconda di
quello che sta succedendo sull'alveo. Noi non riusciamo nemmeno a saperlo, noi
non sappiamo più nemmeno quali sono le sezioni idrauliche di riferimento, quindi
forse dovremmo in qualche modo confrontarci con gli altri paesi, avviare alcune
sperimentazioni per vedere cosa si può fare e probabilmente fare anche una
grossa azione di coinvolgimento e
formazione per cercare di cambiare forse qualcosa in questo senso. Grazie.
(trascrizione del testo non ancora verificata dal relatore)